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DESTRA, RAZZISMO E SOVRANISMO

C’è la strana tendenza da parte dei sovranisti a cercare continuamente nuovi modi per autodefinirsi. Al momento non hanno ancora trovato la locuzione perfetta per tenersi in equilibrio sulla loro costante ipocrisia, quella cioè che determina in loro la consapevolezza di come NON vogliono essere definiti.
Loro non amano essere definiti fascisti, detestano che li si etichetti come razzisti, schivano con cautela ogni accostamento a forme di estremismo e oltranzismo. Sono cioè quotidianamente impegnati a lavarsi faccia e coscienza di fronte alla società e all’opinione pubblica. Evitare queste etichette serve loro a mostrare al mondo il volto pulito del patriottismo che li anima, il veemente e vibrante attaccamento al “suolo natìo”, l’improvvisa scoperta della sacralità dei confini che vanno difesi dal Grande Bubù Migrante che agita con incubi sudati le loro notti.
Non amano, in definitiva, essere definiti per ciò che sono, perché probabilmente – e psicanaliticamente – si vergognano di riconoscersi nell’adrenalina suprematista, di rivedersi nell’abbandono estatico, anima e corpo, al costante hate speech modulato quotidianamente dai loro amatissimi leader.
Allora proviamo ad aiutarli noi a guardarsi da fuori, i sovranisti.
Oggi riportiamo tre episodi che traggono origine dal cancro sovranista e suprematista.
Il primo è avvenuto in Brasile e ci ricorda, casomai l’avessimo dimenticato, che il sovranismo affonda le radici nell’oltranzismo cattolico.
Il dittatore Bolsonaro gode ancora del consenso di più del 30% dei brasiliani, élites, classe media e il grande orrendo mondo degli evangelici e affini. Gli evangelici, quelli che vedete in azione in questo video, nel quale una bambina di dieci anni vittima di stupro viene violentemente contestata al grido di “assassina”, quando si presenta in ospedale per abortire.
Cosa c’è di onorevole nel gridare “assassina” a una bambina di dieci anni, vittima di stupro?
Quando dici “settarismo” dici “violenza”.
Ma se li definisci oltranzisti e fanatici si offendono:

Il secondo episodio riguarda l’Italia e accade a Viserbella, comune in provincia di Rimini. Si tratta di un grave episodio di razzismo avvenuto nel ristorante “La tana marina”, dove la sera del 16 agosto una famiglia si riunisce per festeggiare il compleanno di una bambina di 2 anni.
La famiglia in questione è nera, odiamo doverlo specificare.
La storia ce la racconta Fatou Fall Mbengue:

L’odioso episodio non rimarrà senza conseguenze, nonostante la ridicola autodifesa dei proprietari del ristorante.
Ci auguriamo che qualcuno intervenga per chiedere conto dei quadri del duce appesi nel ristorante. In teoria si tratterebbe di apologia di fascismo.
La legge si applica sempre o sui neofascisti dobbiamo insinuare che l’autorità tenda a chiudere sempre entrambi gli occhi?
Il sovranista odia essere definito razzista, perché “lui non è razzista ma…”.
Casomai voleste far sentire la vostra voce, questa è la pagina facebook del ristorante.

E veniamo al terzo episodio. Ci spostiamo a Genzano di Roma, ridente località dei Castelli Romani, il cui comune è stato commissariato in seguito alla triste uscita di scena di uno scialbo sindaco pentastellato.
Genzano, medaglia d’oro alla Resistenza, definita la “Piccola Mosca”, un tempo era una roccaforte della sinistra migliore.
Sulla storica via dell’Infiorata, sito di interesse storico e culturale per via della secolare manifestazione che si tiene ogni estate, le sezioni locali di lega e fratelli d’italia hanno aperto una sede in vista delle prossime elezioni comunali.
Impossibile non notarli:

I soggetti che vedete fotografati – testimone chi scrive e me ne assumo ogni responsabilità – si erano salutati “alla centuriona” un attimo prima dello scatto, ovvero stringendosi l’avambraccio come facevano e fanno tuttora i fascisti.
Ma se li chiami fascisti si offendono, perché loro “non sono fascisti ma…”.
Inoltre contiamo ben quattro bandiere, esposte a bella vista a cinquanta metri dal comune e sulla via simbolo di Genzano e dei Castelli.
Siamo andati a leggerci la norma in tema di esposizione di simboli e vessilli politici in prossimità di immobili di proprietà comunale. La trovate qui.
Come tante norme in Italia anche questa è controversa, quindi non è ben chiaro se abbiano o meno diritto a esporre quei vessilli.
Nel dubbio, ne hanno esposti quattro e si salutano “alla centuriona” liberamente, alla luce del sole, quando fino a qualche anno fa si nascondevano come ratti e si vergognavano persino di respirare.
Questo è il sovranismo e queste sono le conseguenze del fatto che la “rivoluzione” sovranista di Steve Bannon non ha trovato argini in nessun angolo del globo.
Oggi si può liberamente aggredire una bambina di dieci anni stuprata che decide di interrompere la gravidanza. Si può insultare una famiglia di neri in un ristorante con foto del duce appese. Ci si può salutare alla centuriona per strada, davanti a tutti, in barba a qualsiasi regola.
Hanno vinto, vinceranno.
Finché non ci prenderemo la responsabilità di fermarli. Con ogni mezzo necessario.


Abbiamo deciso di rendere pubblico il file originale del libro Malapolizia. Per impedire speculazioni su altri siti come Ebay e Amazon, da questa pagina, con una piccola donazione a vostro piacere, potete scaricare il pdf impaginato di Malapolizia, Prima edizione del 2011.





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“SOVRANISTI CHE NUOTANO” – TRATTO DA UNA STORIA VERA

“Entro nell’ufficio del produttore con le gambe un po’ tremanti. Ho aspettato a lungo questo momento e oggi finalmente ci siamo.
Lui non è un produttore qualunque, lui è il Produttore, come lo chiamano negli ambienti della Roma che conta.
Alfio Savarese, origini siciliane, 58 anni ben portati, uno yacht, un Rolex d’oro da cinquantamila, svariate amanti, svariati figli, svariate serie TV di successo all’attivo.
La vera consacrazione arrivò con le fiction “Nonno balla virilmente”, “Un medico segreto”, “Vacanze sovrane”, tutte con Gianni Banfi Manfredonia. Successi epocali che cambiarono il modo di scrivere e dirigere le fiction in Italia, o le “fiscion”, come le chiama lui.
Dopo due ore di anticamera Savarese mi accoglie nel suo ufficio. Non mi saluta, armeggia con un tagliacarte: “hai quattro minuti”. Le voci sul suo conto sono vere. Anzi, sono fortunato, di solito concede due minuti, nei quali devi fargli digerire una storia, un’idea, un rigo. Devi fare colpo, oppure sei finito. Quattro minuti, non male.
Entro, saluto, mi siedo. “Hai quattro minuti”, ripete perfido.
Tiro un lungo respiro, entro in apnea mentale. Inizio: “Ho in mente una serie a episodi slegati l’uno dall’altro, tipo Black Mignon. La prima puntata ha questo personaggio, un protagonista solido, aderente alla contemporaneità. Molto ‘tridimensionale’ come personaggio…”.
Mi aspetto una reazione. Nulla.

“Lui è un fiero patriota”, continuo, “con dei principi solidi inculcati dal nonno, reduce della repubblica di Salò, quindi cosa ci dice ciò? Ci dice che è anche ferrato da un punto di vista storico. Giusto? Ama nuotare, perché ritiene che attraverso il nuoto si possa rievocare la virile baldanza del ventennio d’oro. Lui nuota, nuota molto, vive in un’isola, per questo non fa che nuotare. Eppure non sfonda, non riesce a diventare il campione che vorrebbe diventare, ma fa pace con sé stesso e usa la sua tecnica natatoria per altri fini. Infatti, un giorno riunisce alcuni amici isolani amanti del nuoto e del canottaggio e propone loro di unire il sogno natante al sogno di una patria pura e dai confini inviolabili. A supervisionare il tutto c’è la mamma del nostro personaggione. Una signora di un certo tipo, dalla fisicità importante, la vera educatrice del figlio. Vedremo dopo perché”.
Savarese si ridesta dal torpore, ho catturato il suo interesse.
“L’isola dove vive il nostro eroe è al centro di un continuo flusso di migranti in arrivo. La gente del posto è stanca e per sfogarsi si riunisce ogni sera in preghiera davanti a Mr. Papeetee, sgranando rosari e bevendo mojito rituali. Questi rituali raggiungono l’apice quando al settimo mojito tutti si menano con la cinta, ruttano, picchiano e stuprano le donne locali per evitare che a farlo siano i maghrebini che arrivano carichi di droga. Dei veri maschioni alpha, come piacciono alla sua casa di produzione, dott. Savarese. La polizia supervisiona e a volte partecipa direttamente ai rituali, il tutto per evitare che le zecche terroriste infastidiscano i festeggiamenti a Mr. Papeetee, il vero dio pagano della nazione. Arrivo al punto: ‘perché’, si chiede il protagonista ‘in attesa che Mr. Papy diventi re d’Italia non agiamo in prima persona, buttandoci in mare fermando i neri, i mulatti e i non purosangue italiani che invadono i nostri confini e stuprano le nostre donne? Cazzo: sappiamo nuotare, abbiamo canotti e barche, buttiamoci in acqua e aiutiamo la Guardia Costiera d’Italia’ ”. L’idea è questa, dott. Savarese: dei patrioti amanti della pura razza e dei confini inviolati – però patrioti del sud, non del nord, così evitiamo il solito cliché – che sanno nuotare BENE e invece di gozzovigliare andando a polpi e saraghi, fermano i barconi carichi di stranieri prima che calpestino il suolo italico. UN BAYWATCH SOVRANISTA! Che ne dice?”.
Finisco, esco dalla trance narrativa e mi ritrovo Savarese con gli occhi stupiti, sbarrati, decisamente affascinato dall’idea. Tiro giù l’asso: HO GIRATO LA PUNTATA ZERO! La vuole vedere?”.
Sì, dice, sì, fammela vedere. Lo dice convinto, felice, senza pensarci, con la consapevolezza di chi ha tra le mani una vera miniera d’oro.
Devo ringraziare il senatore che mi ha fatto ottenere l’appuntamento. Dovrò ringraziarlo per sempre.
Viva Roma, viva Milano, viva il Nostro Partito!
Viva la Televisione Italiana.
“È fatta”, penso, “è fatta”, gli passo la pennina USB con la puntata zero, la inserisce subito nell’Olivetti e spinge play…

LA PUNTATA PILOTA DI “SOVRANISTI CHE NUOTANO”
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PICCOLE SCARICHE DI TASER TRA AMICI

Il video dell’intervento dei carabinieri a Torino.

In tempi di pandemia, nella vaghezza di un insieme normativo sempre più vasto ed emergenziale cominciano a essere poco chiari i limiti e le restrizioni alla propria libertà personale.
Poco chiari nella percezione di buona parte della cittadinanza, poco chiari nelle teste di chi questo insieme di regole, regolette, decreti e relative eccezioni è chiamato a far rispettare: le amministrazioni locali, i sindaci, le forze dell’ordine, e chissà quali altre oscure figure delegate al controllo dell’ordine pubblico.
Eppure il governo è chiaro, chiarissimo, nel dire cosa si possa fare e cosa no, dove andare e dove no. Il come, il dove e il quando: tutto chiaro.
Mai successo che la Repubblica Italiana capitale mondiale della burocrazia, del busillis, del faldone perduto e dell’incartamento ritrovato, sia stata così chiara.
Diamoci dentro con un po’ di latino elementare, accessibile anche ai portatori sani del morbo di Dunning-Kruger.
Summum ius, summa iniuria. Cicerone, De officiis.
“Esasperata giustizia, esasperata ingiustizia”. Con un “significa” che va sottinteso. Cioè, è sottinteso che laddove si applichi alla lettera la norma è facile che si dia spazio a qualche forma di ingiustizia spesso figlia della discrezionalità.
Anche Tacito, in Heautontimoroumenos, afferma che ius summum saepe summa est malitia (somma giustizia equivale spesso a somma malizia”).
La giustizia evapora nel paradosso di annullare sé stessa per mano dei propri rappresentanti, spesso inetti, incapaci, inadeguati.
Vediamo perché.
Senza dilungarci sull’inutile, irritante compresenza di più forze dell’ordine sul territorio italiano, ci limitiamo a segnalare il ripetersi – a cadenza ormai quotidiana – di episodi di abuso da parte delle forze dell’ordine.
In Italia e nel mondo.
Ma restiamo a casa nostra.
Il più eclatante degli interventi è quello che vedete nel video da cui questo articolo prende spunto. Si tratta di un massiccio intervento dei carabinieri nei pressi di un ufficio postale di Torino ma, cosa più importante, si tratta della prima testimonianza video sull’uso del taser in territorio italiano.
Non è chiaro cosa stesse facendo la vittima di questa aggressione da parte dei carabinieri ma ci sembra che non opponesse particolare resistenza, come commentano in diretta gli stessi autori del video.
Pare non portasse la mascherina, d’obbligo soprattutto negli uffici pubblici.
Pare anche, ma lungi da noi pensar male, che la persona in questione fosse nera.
E si sa cosa succede negli altri stati in cui il taser viene utilizzato ormai quotidianamente, da anni. Si sa cosa succede soprattutto nell’ambito dei complicati rapporti tra polizia e neri.
Le “nostre” forze dell’ordine non operano come in certi stati, ma si stanno impegnando moltissimo ad avvicinarsi a determinati modelli.
Il Covid-19 è un acceleratore eccezionale in tal senso: per neutralizzarlo i governi sono disposti a tutto, anche a entrarti in casa, spiarti con i droni e tracciarti con le app.
Il taser è lo strumento giusto: a differenza di manganello e manette, ormai obsoleti, siamo nella fase immediatamente successiva alla sperimentazione. “Usiamolo”, pensa il maresciallo Schioccalepre di Vitulazio, provincia di Caserta, operativo a Trento, “la legge me lo consente”.
La discrezionalità dei singoli operatori è il detonatore di questa miscela esplosiva: un poliziotto ignorante può stabilire che la tua autocertificazione sia in realtà carta straccia e ti sanziona pesantemente, nonostante la legge sia dalla tua parte.
Alle tue giuste rimostranze – magari espresse in italiano corretto e giuridicamente ineccepibili, per cui incomprensibile agli operatori “meno preparati” – i toni si accendono, la situazione degenera, ti ritrovi circondato da otto divise pronte a spalleggiarsi a vicenda e, se necessario, a frantumarti le ossa sul selciato.
Loro sono la legge, la interpretano, la distorcono, la rappresentano, la applicano come meglio credono e, se necessari in base agli umori del momento.
In questo casino del Covid ogni norma è relativa.
Summum ius, summa iniuria.
Ciò che vale oggi non vale domani.
Parte un colpo di taser…
Senza sapere come né perché, ti ritrovi bloccato a terra. Senti altre sirene arrivare, sono i rinforzi, perché in otto contro uno non basta, bisogna esibire i muscoli o quantomeno richiamare su un intervento le pattuglie che se ne stanno in giro a cazzeggiare o a comminare ammende.
Schiacciato col torace a terra ti viene in mente che altra gente è morta così, svieni per la paura o perché ti manca il respiro o perché sei a un passo dalla morte. Ma l’appuntato Caruso, probabilmente con il santino del duce nel portadistintivo, ha il ginocchio puntato sullo sterno e se ne fotte di te, di chi sei e di chi non sei. Magari sei negro e ti schiaccia con più forza, con maggior piacere.
Ti salva l’ambulanza che arriva, chiamata da chissà chi.
Paranoia? Letteratura? Poliziesco di serie b?
No: realtà.
Sta succedendo ogni giorno, nelle nostre strade, sotto i nostri occhi.
Gli episodi non si contano più.
Summum ius, summa iniuria.
Qualcuno li fermi.